Un calendario diverso dai soliti, tutti bellezze spogliate e sexy star, dedicato al Made in Italy e ai momenti d’oro del grande cinema italiano degli anni '40, '50 e '60 e alle sue icone. Lo firma il poliedrico stilista Karl Lagerfeld per Marie Claire e lo interpretano l'attrice più charmant del cinema europeo, Anna Mouglalis e il modello più amato dalla moda Baptiste Giabiconi.
Dopo aver immortalato la sensualità accattivante di Eva Herzigova per il calendario Marie Claire Italia 2009, Lagerfeld punta questa volta quindi sulla "Golden Age" del cinema e sulle grandi icone del grande schermo di quegli anni, come Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman.
"Golden Age" fatta rivivere attraverso 24 scatti in bianco e nero con abiti di alta moda, collezioni cruise e capi vintage come la pelliccia di Fendi indossata da Silvana Mangano in "Gruppo di famiglia in un interno" di Luchino Visconti e disegnata dallo stesso Lagerfeld.
Dice Mouglalis parlando del progetto: "Ho sempre amato l'intensità di Anna Magnani, Sofia Loren, il trasformismo di Monica Vitti. Per me, i film di De Sica, Visconti o Rossellini sono state grandi lezioni per la mia carriera. Non sono una fashion addict anche se apprezzo la bellezza e la qualità. Diciamo che il legame con Marie Claire Italia e Karl Lagerfeld è di natura più emotiva e di rispetto che non solamente estetica. Credo nella condivisione dei valori, anche quando si parla di moda".
Baptiste Giabiconi è una creatura di Lagerfeld: "E' stato il primo a scoprirmi e a capire che potevo fare strada nella moda e nel cinema". 31 anni, francese di origini greche, l'attrice Anna Mouglalis mostra di avere idee molto chiare su argomenti "privati" e "pubblici" e nell'intervista esclusiva al magazine dice a proposito di "Les Filles", il suo primo film (a sfondo erotico) da regista: "Per rappresentare il sesso la parola più adatta è voluttà: godere di momenti e di cose belle. La pornografia è maschilista e banale". Non lesina giudizi neanche sul neorealismo italiano: "Sa cosa si dice? Il neorealismo è finito quando i registi hanno smesso di prendere il tram e sono saliti sulle macchine con l'autista".
E infine si lascia andare a una dichiarazione forte: "Si tende a considerare gli artisti meno importanti dei politici, quando è vero esattamente il contrario. E' più importante e incisivo il messaggio sociale lanciato da un film o da un libro piuttosto che qualsiasi dichiarazione di uno statista".
Il capolavoro di Fellini, Palma d'oro a Cannes nel '60, compie mezzo secolo. Foto di un'Italia malata.
ROMA - Nel finale della «Dolce vita» un grosso pesce mostruoso sulla spiaggia di Fregene accoglie Mastroianni e gli altri reduci dall’orgia nella villa. Ai più sembrò un richiamo esplicito al grande affaire di quegli anni, l’oscura morte di Wilma Montesi ritrovata cadavere a Torvaianica. Federico Fellini addolcì quel finale con un ultimo esterno, sulla spiaggia di Passo Scuro, dove una ragazzina dall’aria pulita (Valeria Ciangottini) andava incontro all’attore.
«Il mio film mette il termometro a un mondo malato, che evidentemente ha la febbre - così si era difeso Fellini -. Ma se il mercurio segna 40 gradi all'inizio del film, ne segna 40 anche alla fine...».
Il 2010, l'anno che sta per venire, è l'anno della Dolce vita. A cinquant’anni di distanza la Dolce vita torna tra noi col suo carico di apparenze e cattiverie, sfrenatezze e miserie, nonché richiami al presente. Con una Roma che è ancora lì, con i suoi prati e i suoi miracoli, l'Eur, via Veneto, le acque Albule, Bassano Romano... Era il sei febbraio del 1960 e al cinema Capitol di Milano fu proiettato tra urla e insulti l'atteso film. Un milanese all'uscita sputò addirittura sul collo di Fellini. Insultato anche Mastroianni, il protagonista: «Frocio, comunista...». Ma al pomeriggio c'era già una gran folla in fila davanti al Capitol. A Cannes poi, cinque mesi dopo, la giuria presieduta da Georges Simenon gli tributò la Palma d'oro.
Era il trionfo per una pellicola nata quasi giorno per giorno nel 1959, in gran parte girata nel mitico «teatro 5» di Cinecittà dove furono ricostruiti, ricorda lo scenografo Piero Gherardi, un'ottantina di ambienti: «Abbiamo dovuto, in qualche caso, fare delle riproduzioni fotografiche, l’interno della cupola di San Pietro e soprattutto via Veneto. La casa della puttana? Federico la voleva allagata. Dopo aver compiuto un sacco di giri la ricostruimmo nella piscina di Cinecittà e allagammo l'interno...». Per l’ambientazione originale gli sceneggiatori e il regista avevano pensato all’inizio al Tiburtino III: i sopralluoghi erano stati accurati, proprio alla vigilia del primo ciak, il 16 marzo. Poi però Fellini si era rifugiato nei suoi amati studios. Per gli esterni di quella casa optò comunque per Tor de' Schiavi. E lo sbarco della troupe tra i borgatari fu epico. «A sacco de m...», fu apostrofato il regista. Per l'esile Anouk Aimée fioccarono «A canestro de ossa», «Ossario», «A Fellì, ma portela al Verano...».
Poi dopo molti metri di pellicola venne un secondo grande esterno, la fontana di Trevi. L'idea fu suggerita da un fotografo di scena, Praturlon. Durante una pausa aveva scarrozzato Anita Ekberg in un giro notturno concluso alla fontana di Trevi. Fellini vide gli scatti fotografici, l'attrice che si riposava con i piedi nell'acqua. E così il 10 aprile, con una temperatura di nove gradi, fu immortalata la celebre scena della fontana. Un altro esterno - il miracolo girato alle Acque Albume di Tivoli - fu ispirato da un altro fotografo, Tazio Secchiaroli. Il fotoreporter era stato a Terni dove dei ragazzini ogni giovedì vedevano la Madonna. Ne era nato un servizio per «Settimo giorno». Altra improvvisazione esterna, il «ballo dei nobili» girato nel palazzo Odescalchi a Bassano Romano. E poi, ecco, ancora Roma vista quasi a volo d'uccello come nella celebre scena iniziale con la statua del Cristo trasportata nel cielo dell’Eur.
Nella vicina Don Bosco furono girati gli esterni della casa dello scrittore Steiner, l'interno della casa ambientata all'Eur era stato ricostruito in studio con alla finestra il caratteristico Fungo del quartiere rifatto da Gherardi. La scena della «Toccata e fuga in re minore» è invece nata nella chiesa dei SS. Martiri Canadesi sulla Nomentana. Che film devo fare, aveva chiesto un anno prima Mastroianni a Fellini e Flaiano? Il regista ridendo gli aveva mostrato uno schizzo: tra vari polipi svettava un grosso fallo. La Roma di un grande romagnolo.
In occasione del ritorno di Filumena Marturano, martedi' prossimo alle ore 18 nel foyer del Teatro Argentina Maurizio Giammusso con Luca De Filippo e Lina Sastri presenta il suo libro, Vita di Eduardo. Un'ampia biografia lanciata da Mondadori nel 1993 con successo, ripubblicata negli anni scorsi da altro editore e ancora rimandata in libreria da Minimum fax, la nuova edizione che esce in occasione del venticinquennale della morte di Eduardo (31 ottobre 1984), certifica come sempre piu' l'artista napoletano sia una delle grandi personalita' artistiche del Novecento, vanificando il pensiero di chi credeva che la sua opera non sarebbe sopravvissuta alla sua scomparsa, senza la sua interpretazione.
Vita di Eduardo e' la sua biografia completa. Racconta la sua opera e la sua personalita'; rivela l'infanzia sotto l'ala del padre naturale - il grande attore Eduardo Scarpetta - i rapporti affettuosi con la sorella Titina e quelli burrascosi col fratello Peppino; segue l'artista attraverso gli anni del Fascismo, la guerra e il dopoguerra, incrociando di continuo vita pubblica e vita privata, e componendo un grande affresco, ove trovano spazio tutti gli elementi: i tre matrimoni e i figli, il cinema con Mastroianni e la Loren, i successi internazionali, la nomina a senatore a vita e tanto altro ancora. Per scrivere questo libro, Maurizio Giammusso, giornalista e critico teatrale, ha utilizzato tutte le fonti disponibili e, soprattutto, le carte private inedite conservate dalla famiglia: cominciando dalle letterine di Eduardo bambino, fino ai carteggi ora cordiali, ora durissimi con Luigi Pirandello, Armando Curcio, Toto', Anna Magnani, Paolo Grassi, Laurence Olivier, Franco Zeffirelli e tanti altri. Questo grande insieme di racconti pubblici e privati, di arte e di affari, di affetti e di rancori anima un libro in cui si intrecciano un'approfondita ricerca storica e una felice rievocazione d'ambiente.
Il prossimo lunedì sera presso il Cinema Teatro Gassman di Borgio Verezzi prende il via la 20^ Rassegna Cinematografica di Borgio Verezzi quest’anno dedicata a NINO MANFREDI, con la proiezione serale di sette pellicole d’epoca interpretate dall’attore.
La Rassegna è organizzata dal Comune di Borgio Verezzi con il sostegno della Provincia di Savona.
La scelta artistica per il 2009 è caduta sull’attore scomparso nel 2004, indimenticato e ancora molto amato dal pubblico per le sue straordinarie interpretazioni: attore, regista e sceneggiatore italiano, Insieme con Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman costituì una delle colonne portanti della “commedia all’italiana.”
In linea con la consolidata tradizione della rassegna che vuole come protagonista un attore del cinema italiano che abbia lavorato anche in teatro, la scelta di Manfredi va ben oltre il binomio e offre al pubblico uno dei maggiori interpreti della cinematografia italiana che si è confrontato (sempre ad altissimi livelli) con tutti gli svariati linguaggi dello spettacolo: dal cinema alla prosa e al musical, dal doppiaggio alla radio, dalla televisione alla canzone.
Ecco nel dettaglio il programma delle proiezioni (ore 21,15 - ingresso libero):
Lunedì 24 agosto
Per grazia ricevuta (1971) di Nino Manfredi
Con Mariangela Melato, Delia Boccardo, Lionel Stander, Nino ManfrediMartedì 25 agosto
Venezia, la luna e tu (1958) di Dino Risi
Con Nino Manfredi, Alberto Sordi, Riccardo Garrone, Marisa Allasio,continua»
Ingebor Schoener, Anna Campori, Giuliano Gemma, Mimmo Poli
Mercoledì 26 agosto
A cavallo della tigre (1961) di Luigi Comencini
Con Nino Manfredi, Mario Adorf, Valeria Moriconi, Gian Maria Volonté, continua»
Raymond Bussières, Franco Giacobini
Giovedì 27 agosto
Io, io, io … e gli altri (1965) di Alessandro Blasetti
Con Nino Manfredi, Vittorio De Sica, Walter Chiari, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, continua»
Vittorio Caprioli, Mario Pisu, Elisa Cegani, Silvana Mangano, Marisa Merlini, Franca Valeri
Venerdì 28 agosto
Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli
Con Nino Manfredi, Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Ugo Tognazzi, Stefania Sandrelli
«continua
Jean-Claude Brialy, Joachim Tuchsberger, Franco Fabrizi, Barbara Nelli, Franca Polesello, Sandro Dori, Solvi Stubing, Franco Nero, Robert Mark, Turi Ferro, Karin Dor, Claudio Volonté, Véronique Vendell, Joachim Fuchsberger, Franco Bracardi, Claudio Camaso, Cesarino Miceli Picardi, Renato Terra, Robert Hoffmann
Sabato 29 agosto
Pane e cioccolata (1974) di Franco Brusati
Con Nino Manfredi, Paolo Turco, Gianfranco Barra, Tano Cimarosacontinua», Ugo D’Alessio, Johnny Dorelli, Umberto Raho, Giorgio Cerioni, Anna Karina
Domenica 30 agosto
Brutti, sporchi e cattivi (1975) di Ettore Scola
Con Nino Manfredi, Marcella Michelangeli, Marcella Battisti, Francesco Crescimone, Silvia Ferluga, Zoe Incrocci, Adriana Russo
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Tutte le pellicole sono state concesse dal Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale di Roma che da ormai molti anni collabora con il nostro Comune per la realizzazione della Rassegna cinematografica estiva.
Il prof. Claudio Bertieri ha curato anche la pubblicazione del Catalogo della rassegna, con biografia critica dell’attore, filmografia, introduzione e una breve scheda per ogni film proiettato: il volume sarà distribuito gratuitamente al pubblico durante la Rassegna.
A proposito della Rassegna….
La Rassegna Cinematografica di Borgio Verezzi, nata nel 1984 e giunta nel 2008 alla sua 19^ edizione, ogni estate offre al pubblico una retrospettiva monografica dedicata a singoli attori cinematografici del panorama artistico italiano degli anni Quaranta/Settanta, proponendo una serie di proiezioni di pellicole scelte all’interno della carriera cinematografica del protagonista (a volte inserendo titoli rari e poco noti al grande pubblico) capaci di mostrare uno spaccato della società e cultura italiane dell’epoca.
L’iniziativa ha lo scopo di promuovere la cultura cinematografica italiana con particolare riferimento al cinema del secondo dopoguerra: in questo senso la Rassegna borgese rappresenta un “unicum” sul territorio provinciale.
Negli ultimi anni i protagonisti delle rassegne sono stati: Alida Valli, Gino Cervi, Amedeo Nazzari, Vittorio Gassman, Totò, Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Ugo Tognazzi, i tre fratelli De Filippo, Aldo Fabrizi, Raf Vallone. Le ultime edizioni della rassegna hanno registrato un notevole aumento di interesse da parte del pubblico di ogni età e provenienza (residenti e turisti), riscuotendo grande successo di presenze (nell’edizione 2008 sono stati più di 2100 gli spettatori della rassegna) e una buona eco sui media locali e nazionali.
Torna la rassegna estiva ‘Sotto le stelle del cinema’ e lo fa con un menu che offre un Sergio Leone restaurato, gli attori amati da Marcello Mastroianni, i cinquant’anni della Nouvelle Vague e un omaggio al centenario del Bologna.
Da domani al 29 luglio partono le affollatissime proiezioni gratuite nel maxischermo allestito in piazza Maggiore a Bologna. Un programma ricco e vario che, a causa dei tagli di bilancio, e’ stato salvato dall’amministrazione e dalla Cineteca (che lo ha curato) solo in extremis nella scorsa primavera. Decisivi i contributi di Regione, Fondazione Carisbo e alcuni sponsor che hanno messo insieme i 250.000 euro necessari a sostenere la rassegna.
Clou dell’edizione 2009 sara’ l’omaggio a Sergio Leone, a ottant’anni dalla nascita e a venti della morte del piu’ grande regista western (ma non solo) italiano. Quattro i suoi film in programma, tra il 7 e l’11 luglio: ‘Per un pugno di dollari’, ‘C’era una volta il west’, ‘Giu’ la testa’ e, infine, la copia personale della famiglia Leone di ‘C’era una volta in America’.
Ma ‘sotto le stelle’ ci sara’ modo di ricordare anche Marcello Mastroianni attraverso alcuni film dei suoi attori preferiti (dal 14 al 17): Vittorio De Sica in ‘I gioielli di Madame De...’ di Max Ophuls, Henry Fonda in ‘Sfida infernale’ di John Ford, Jean Gabin in ‘Il bandito della casbah’ di Julien Duvivier e l’immancabile Orson Welles di ‘Quarto potere’.
Per celebrare il centenario del nobel a Guglielmo Marconi, la Cineteca ha scelto un poker di pellicole ‘’impossibili senza l’opera di questo grande inventore’’: apre il 18 ‘Lavorare con lentezza’, seguito da ‘E.T.’, ‘La conversazione’ di Coppola e ‘Radio Days’ di Woody Allen. Ultimo ciclo tematico quello dedicato ai cinquant’anni della Nouvelle Vague (dal 23 al 28).
In scena grandi classici come ‘Hiroshima, mon amour’, ‘I quattrocento colpi’, ‘Fino all’ultimo respiro’, ‘Ascensore per il patibolo’, ‘Lo spione’ di Melville e ‘Questa e’ la mia vita’,. Cinque le serate speciali: quella di apertura dedicata a Slow Food con la proiezione di ‘Food Inc.’, il regista Fatih Akin che presentera’ la sua ‘Sposa turca’ il 10, l’omaggio ai 100 anni del Bologna con Giorgio Comaschi il 13, la ‘serata lunare’ per i 40 anni dello sbarco sulla luna il 20 e ‘Gomorra’ a chiudere la rassegna il 29.
La prossima estate cinematografica francese sarà anche all'insegna della commedia italiana d'autore con il ritorno di pellicole di autori come Dino Risi, Valerio Zurlini o Vittorio De Sica. Film che torneranno nelle sale francesi come fossero nuovi, quasi tutti in versione restaurata e con manifesti nuovi di zecca, sccrive l'Ansa. I prossimi titoli a riuscire nelle sale saranno Divorzio all'italiana e Signore e signori di Pietro Germi, insieme a Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, mentre sono già visibili dallo scorso mercoledì Il sorpasso e I mostri di Dino Risi.
Al ritorno di moda della commedia all'italiana il quotidiano Le Monde ha dedicato un servizio e ha intervistato l'esperto di cinema italiano Jean Gili, chha spiegato che i distributori francesi sono ancora "restii sul terreno delle novità" e così sono proprio i vecchi film a tornare nelle sale, forti anche di passati successi di titoli come La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini, che aveva attirato oltre 30mila spettatori nel 2005 o come, nel 2007, oltre 60mila erano andate a vedere di Vittorio De Sica. Entrambi tornati sugli schermi francesi in versione restaurata su iniziativa del cinefilo, produttore e regista di origine italiana, Ronald Chammah.
Al Museo di Storia Contemporanea una rassegna dedicata ai film realizzati nella nostra città
Solitamente la città che viene associata al cinema è Roma, ma anche a Milano si è scritto (e si continua a scrivere) un capitolo importante della storia della settimaarte. Proprio in questi giorni si sta girando qui il nuovo film di Silvio Soldini, ma si è deciso anche di togliere la polvere dal nostro passato cinematografico.
Dal 17 giugno al 12 luglio si tiene infatti al Museo di Storia Contemporanea (via S. Andrea, 6) la rassegna “Ciak, si gira! Il cinema a Milano – La metropoli in controluce” grazie al quale avremo modo di vedere (o rivedere) 23 pellicole girate nella nostra città.
In apertura troviamo“Lo svitato”(datato 1955) di Carlo Lizzani con protagonisti 2 giovanissimi Dario Fo e Franca Rame.
Si cambia registro giovedì 18 giugno con “Sbatti il mostro in prima pagina”(1972) di Marco Bellocchio.
Si continua poi con altre pellicole imperdibili come “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio De Sica , “La notte” di Michelangelo Antonioni, “Il posto” (1961) di Ermanno Olmi e altre più contemporanee come “L'aria serena dell'Ovest” (1990) del già citato Silvio Soldini, “Fame Chimica” (2003) di Paolo Vari e Antonio Bocola.
La chiusura è affidata invece al recente “Si può fare” (2008) di Giulio Manfreodonia.
I film sono divisi in 11 sezioni, che riflettono i cambiamenti della nostra città (e non solo) nel corso degli ultimi 60 anni: “L'informazione”, “I milanesi”, “Le trasformazioni della città”, “Milano fuori porta”, “Gli anni Ottanta, la Milano da bere”, “L'immigrazione a Milano ieri e oggi”, “Milano nera”, “Il mondo del calcio”, “Tangentopoli”, “Il terrorismo a Milano”, “Milano tra emarginazione e riscatto sociale”.
La rassegna, curata da Pierfranco Bianchetti, è collegata alla mostra “Milano 1947 - 2007. Idee per una casa della Storia”, che durerà fino al 15 novembre.
“Ciak, si gira! Il cinema a Milano” riprenderà in un secondo momento per durare poi fino al 28ottobre. Le proiezioni si terranno nella Sala Conferenze e sono ad ingresso libero.
Ma Pasolini ha vissuto più nel sacro o nel profano? La domanda se l’è posta la giornalista Marzia Apice. Che si è data risposta in un libro, appena sfornato dalla casa editrice Bibliopolis. Se siete tra quelli che provano un certo frizzicore nel riesumare pellicole del calibro de “La Ricotta”, “Il Vangelo Secondo Matteo”, “Teorema”, “Edipo Re” e “Che cosa sono le nuvole?”, segnatevi in agenda l’incontro: con ingresso libero.
Perché di questo si parlerà giovedì 7 maggio nella sala Kodak della Casa del Cinema, largo Marcello Mastroianni 1 (ore 18). Ci saranno Roberto Faenza, Fabio Ferzetti, Carlo Lizzani e Giuseppe Piccioni a presentare il libro “Le visioni di Pasolini" Immagini di una profezia” che s’è posto un obiettivo, raggiunto. Dato per ingrediente base il quadro generale sulla figura del celebre regista friulano, il segreto della gustosa ricetta è nell’aver indagato nella poetica autoriale di Pasolini. A questo punto un’altra domanda sorge spontanea: ma Pier Paolo Pasolini, ha subìto l’influenza della cultura classica?
In attesa di trovar risposta, il libro rende omaggio alla grande capacità profetica di Pasolini che, con la sua attività di saggista, poeta e regista ha compreso con lucida intuizione, quando ancora era impensabile immaginarle, le future trasformazioni sociali, culturali e politiche della società. “Ho detto che faccio il cinema per vivere secondo la mia filosofia – scriveva un Pasolini costantemente in rivolta – cioè la voglia di vivere fisicamente sempre al livello della realtà, senza l’interruzione magico-simbolica dei segni linguistici”.
Maestro nel trattare temi forti e tragici con gli strumenti dell’ironia e della leggerezza e con l’abilità dell’autore che, con maestria e arguzia, sa ben maneggiare la cinepresa disegnando situazioni e personaggi, Mario Monicelli rappresenta senza alcun dubbio una delle firme più prestigiose e longeve del cinema italiano. All’attivo conta 65 pellicole, l’ultima delle quali girata all’età di 91 anni, ed altrettante sceneggiature.
Ha collaborato con gli interpreti più importanti del panorama cinematografico nazionale, da Totò ad Alberto Sordi, da Anna Magnani a Monica Vitti, per fermarsi solo ai più rappresentativi. E’ il simbolo della “commedia all’italiana”, grazie alla quale è riuscito a dipingere il quadro di un Paese, il nostro, contraddittorio e borghese ma che pure tanto sta a cuore al nostro regista. Lui, che ha usato la macchina da presa come mezzo di espressione autoriale e di denuncia sociale, soprattutto negli ultimi anni non ha mai rinunciato, anche col rischio di scontrarsi con la legge del box office, alla sua vena critica, sarcastica e creativa. Mario Monicelli non è soltanto il grande regista che noi tutti conosciamo, è soprattutto un grande uomo che ha, con il suo lavoro, contribuito a lasciare una traccia indelebile nella storia del cinema, in particolare, e nella società italiana nel suo complesso, di cui ci ha lasciato testimonianza e memoria attraverso i suoi indimenticabili film. Con assoluta deferenza, la parola al Maestro.
Suo padre Tommaso, giornalista e critico teatrale, nonché fondatore della prima rivista di cinema “Lux et Umbra”, influenzò la sua scelta di diventare regista?
No, ho deciso di diventarlo quando ero ancora bambino all’età di cinque, sei anni. Mia mamma mi mandava al cinema insieme a mio fratello maggiore, che ne aveva sette e andavamo al pomeriggio perché era vicino casa. Un cinema piccolo, oscuro, pidocchioso direi. Lei ci accompagnava e ci lasciava lì verso le quindici e ci veniva a riprendere la sera. E noi assistevamo alla proiezione contenti ed entusiasti in mezzo ad una sala affollata, piena di gente, fumo, grida, mamme che allattavano i figli, contadini e pescatori. Tutti seguivano quello che si svolgeva sullo schermo mezzo sudicio, inveivano con improperi contro il cattivo e si esaltavano quando arrivavano i salvatori o l’eroina veniva salvata. Insomma era tutto un insieme straordinario di grida, urla e fumo. Io guardavo quella cosa bianca sul muro davanti a me e volevo entrare in quell’affare lì, che non sapevo neanche cosa fosse. A quei tempi il cinema era davvero una magia. Non capivo se queste persone che si muovevano erano vere o finte. Tra l’altro il film era muto. Quindi tutto quello che avveniva in sala era una partecipazione straordinaria. Non ho mai più sentito, fino all’arrivo del sonoro, film più sonori di quelli muti.
L’esordio alla regia è nel 1934 con il cortometraggio “Il cuore rivelatore”, tratto dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe. Era un appassionato di letteratura gotica?
Non in particolare. Poe era un autore che mi interessava molto. Allora ero giovane, avevo diciotto-diciannove anni, lo leggevo e mi entusiasmava. Per questo c’ho fatto un film. Comunque ho letto anche altri autori, non solo quello.
La collaborazione con Steno ha dato vita a pellicole importanti. Da “Come persi la guerra” a “Guardie e ladri” (1957), da “Totò e le donne” (1952) a “Le infedeli” (1953), dopo le quali la collaborazione tra di voi si è interrotta. Cosa all’origine di quella rottura? Una rottura dovuta a motivi familiari più che professionali. Lui si era sposato, aveva degli impegni, dei figli. Era giovane e aveva bisogno di lavorare. A me invece, una volta fatto un film, mi piaceva divertirmi. Quindi ad un certo punto gli dissi che non mi andava di lavorare al film successivo e che volevo andare in vacanza e siccome lui aveva necessità di farlo, ci siamo separati in buonissimi rapporti. Abbiamo continuato ad esser amici e a frequentarci, ma non abbiamo più lavorato insieme.
Lei ha diretto un grande personaggio del cinema e del teatro, Totò, macchietta popolare e comico raffinato. Ha avuto qualche difficoltà nel “gestire” un artista del suo calibro?
Quando si lavora con gente di grande qualità e di grande talento è sempre più facile che non con gli altri. Collaborare con persone di prim’ordine e di talento è sempre una cosa facile.
Un pensiero su Alberto Sordi, con cui è stato legato da un grande rapporto di amicizia e di stima, oltre che da una collaborazione professionale. E’ un ricordo molto bello perché eravamo amici, ci frequentavamo, andavamo a cena la sera prima e dopo il lavoro e anche in vacanza insieme. Dunque avevamo un rapporto professionale ed umano. Anche nell’ultima parte della sua vita, quando era lui l’unico regista di se stesso, fui io il solo da cui accettò di farsi dirigere, perché eravamo da sempre amici e ci stimavamo molto. Lei ha lavorato con Depardieu e Mastroianni, oltre che con Totò e Sordi. Con quali di questi interpreti pensa di aver espresso al meglio il suo estro registico e autoriale? Tra i protagonisti che ha citato ho lavorato molto con Mastroianni. Con lui ho diretto anche delle pellicole che mi sono particolarmente care, come “I compagni” per esempio, di cui è protagonista. Un film quest’ultimo che ho fatto proprio pensando a lui e con lui molto volentieri. Tra le donne che ha diretto, figurano due delle più grandi attrici italiane dello scorso secolo, Monica Vitti e Anna Magnani. Che ricordo ha di loro? Della Vitti un bellissimo ricordo. Era una donna simpatica, una grande attrice, meravigliosa. Lei era abituata ai film con Antonioni, molto romantici, impegnati e basati sulle incomprensioni. Con me ha potuto fare la commedia ed era contenta di lavorare a qualcosa di diverso. Tra l’altro con questo genere ha avuto molto successo. La Magnani aveva una qualità, una personalità e una potenza straordinaria con le quali mi sono confrontato mettendola insieme a Totò in un mio film. Anche di lei ero molto amico. Frequentavo casa sua e la sera ci si vedeva con altri. A quel tempo eravamo tutti amici. Si era una compagine di circa sessanta, settanta persone tra attori, scenografi e sceneggiatori. Stavamo sempre insieme. Non era come adesso. A proposito del film con Totò e Anna Magnani, “Risate di gioia” del ‘60, si dice che l’attrice romana accettò con riluttanza di partecipare, perché era convinta che la presenza del comico declassasse il film. E’ vero o sono solo leggende metropolitane? Il motivo non era questo, perché lei aveva lavorato con Totò facendo delle riviste famose a teatro, quindi avevano già collaborato. Solo che aveva ricevuto l’Oscar in America e in realtà sperava di prendere un attore, un comico americano. Ma siccome io non ne conoscevo, né ne frequentavo ed ero amico di Totò, con cui avevo lavorato per tanti anni, optai per lui. E lei si convinse. Lo stimava senza nessun calcolo rappresentativo. Lei ha diretto due atti di “Amici miei”, nel 1975 e nel 1982. Il film è basato sulle “zingarate” di cinque amici ormai cresciuti, che non si arrendono agli anni che passano. Com’è nato il soggetto? “Amici miei” è un film di cui ho fatto il regista, ma che ho scritto insieme a Benvenuti e De Bernardi. Abbiamo raccolto tutto quello che si vede nel film, le beffe e le burle, e le abbiamo inserite al suo interno. A Firenze erano leggende metropolitane. Si diceva che la gente andasse nei paesi fingendo che da lì dovesse passare l’autostrada e bisognasse buttare giù tutto. Stessa cosa per gli schiaffi alla stazione. Cose che si raccontavano, che noi abbiamo raccolto e messo insieme una di seguito all’altra, per poi girare il film che ha avuto un grande successo. Ecco com’è nata l’idea.
Quali le ragioni che l’hanno indotta nel 1977 a girare un film sul libro di Vincenzo Cerami, “Un borghese piccolo piccolo”? Volevo fare un film e a quell’epoca in Italia c’erano le rapine, l’insicurezza per le strade, negli appartamenti e cominciava a girare la voce che farsi giustizia da sé era la cosa migliore. Un po’ come adesso. Le ronde di notte venivano dall’America dei film che avevano avuto molto successo, come “Il giustiziere della notte”. La storia anche lì di un padre che si era fatto giustizia da solo, perché la polizia non riusciva a trovare l’assassino del figlio. Allora io volevo fare un film in cui si dicesse che farsi giustizia da soli era una cosa orrenda, che non si doveva fare perché inumana. Ho letto il romanzo di Cerami, che raccontava proprio questo e gli ho chiesto se permetteva che facessi il film. Lui mi ha dato il suo consenso e l’ho fatto. “Parenti serpenti” (1992), ritratto di un’Italia piccolo borghese e trionfo del cinismo familiare. E’ cambiato qualcosa rispetto a quella “piccola Italia” che lei ha rappresentato? No, anzi è peggiorato. Ultimamente si viene a sapere che ci sono genitori che stuprano le figlie, le nipotine. Queste cose non mi sono neanche azzardato a metterle, ma avviene anche questo nelle famiglie. Quel film, ricalcando la parte ironica, macabra e divertente, risulta un po’ estremo ma in realtà rappresenta bene la famiglia italiana. E’ in quel modo, il suo fondamento è quello. Le turpitudini e gli orrori taciti che avvengono nelle case sono gli stessi. Alla sceneggiatura ha collaborato anche Carmine Amoroso, che di recente ha diretto “Cover Boy”, un lavoro d’impronta sociale distribuito in poche copie. Come mai secondo lei? L’idea di “Parenti serpenti” è stata sua, il soggetto è suo. Per quanto riguarda il suo film, “Cover Boy”, l’ho sponsorizzato più volte. Peccato non abbia avuto il successo che meritava. La colpa è dei distributori che sono dei bottegai, dei salumai che non guardano mai la qualità ma solo se la cosa possa piacere o meno. Il suo ultimo film “Le rose del deserto” (2006) racconta la seconda guerra mondiale, vissuta da un gruppo di militari accampati in Libia. Cosa l’ha spinta a realizzarlo? Quello è un film che sentivo di fare perché mi meravigliavo di come il cinema italiano, dopo la guerra, non avesse mai fatto un film su quella guerra, perduta, finita col tracollo e con la dittatura a scatafascio. Io avevo vissuto quell’epoca ed ero stato chiamato a combattere, conoscevo le nostre colonie e avevo letto un bellissimo libro di Tobino, “Deserto della Libia”. Lui era di Viareggio come me, mio coetaneo, lo conoscevo e lo incontravo durante le passeggiate. Tutte queste cose mi hanno spinto ad occuparmi della vicenda per farne un film. Ho letto che avete incontrato alcune difficoltà nel reperire i fondi per finanziare la pellicola. Questo secondo lei ha avuto delle ripercussioni sul risultato finale dell’opera? Si ripercuote sempre, ma non è la prima volta. Tutti i film in realtà hanno sempre dei guai, delle contestazioni, delle storie per il finanziamento. Tutti, da quando nasce il cinema. Quindi fa parte del mestiere affrontare queste cose e risolverle, litigare, accettare e costringere il produttore a fare diversamente. Di recente ha girato anche alcuni episodi di film corali, come “Un altro mondo è possibile” (2001) e “Lettere dalla Palestina” (2002). A testimonianza del suo impegno sociale? Sì, siamo andati al G8 di Genova, eravamo una dozzina e lo stesso anche in Palestina. Ognuno faceva una parte, un breve racconto di quello che vedeva. Abbiamo messo tutto insieme e realizzato questi due film, che hanno avuto un buon esito ma erano due documentari. Il cinema italiano che conta, o almeno quello che contava, è sempre stato di protesta sociale, culturale, politica e civile. Quello è sempre stato un buon cinema.
Che cosa è cambiato di significativo nel modo di far cinema dagli anni ’30 ad oggi? E’ cambiato tutto. Quello di oggi non è più un cinema che rappresenta con spregiudicatezza, con coraggio, l’Italia che ha di fronte. Non racconta più questo. Salvo pochissimi casi che sono perle nel fango, non ha nessun impegno, né sociale, né culturale. Non racconta più l’Italia come ha fatto il cinema del dopoguerra degli anni ’50 e ’60. Si guarda solo alle solite storielle da quattro soldi basate sul sesso (molto), nudità e gelosie. Storielle che finiscono come bere un bicchier d’acqua o che hanno successo una sola stagione e poi spariscono, finendo nell’immondezzaio e nessuno se ne ricorda più. Specialmente quelli italiani, perché qualche buon film dall’estero proviene.
C’è qualche regista hollywoodiano che le sta particolarmente a cuore? Sì, ci sono autori hollywoodiani bravi, ma io preferisco il cinema indipendente da cui esce qualcosa di coraggioso. Di “in-dipendente” per l’appunto. Quello slegato dalle grandi case di produzione cinematografica. Secondo lei, che è uno dei principali interpreti della “commedia all’italiana”, chi tra i registi italiani emergenti potrebbe raccogliere il suo testimone? Io non voglio lasciare nessun testimone, non sono così presuntuoso. Ognuno fa quello che vuole per conto suo. Registi di qualità vera e propria ce ne sono pochissimi. Sorrentino e Garrone sono in grado di fare film coraggiosi, ma anche Salvatores ha realizzato pellicole buone. Relativamente alla commedia all’italiana non mi viene in mente nessuno. Una curiosità. C’è un film in particolare che avrebbe voluto fare e che, per motivi di budget o di altra natura, non ha potuto realizzare? Si ce n’è uno che avrei voluto girare sulla fine degli anni ’50, ma non sono mai riuscito a realizzarlo. Però forse è meglio così, le cose che non si possono fare è meglio che non si siano fatte. Lei ha ricevuto tanti premi, il David di Donatello, la Palma d’oro, il Nastro d’argento, il Leone d’oro alla carriera. Le è mancato l’Oscar, al quale ha avuto quattro nomination, a coronamento di una carriera comunque straordinaria? I premi che ho ricevuto sono stati molto emozionanti e mi hanno fatto piacere. Le nomination non contano nulla. Chi arriva secondo non è primo e allora finisce nel dimenticatoio. Bisogna salire sul gradino più alto, altrimenti serve a poco. E’ meglio posizionarsi al primo posto ad un festival qualunque che secondo ad Hollywood.
Tognazzi superstar di lacrime, ovviamente di ilarità. Risate a non finire con l’estro artistico di un grande protagonista del teatro e del cinema nostrano. E in occasione del suo compleanno - oggi Ugo avrebbe 87 anni- la famiglia e gli amici ne hanno presentato il primo vero sito ufficiale. Un po’ “antani”, come direbbe lui?
Assolutamente minuziosa e completa, la pagina dedicata alla memoria e al lavoro di Ugo Tognazzi è stata in cantiere per almeno tre anni. Adesso però curiosi e appassionati potranno rovistare nei cassetti della carriera del grande attore: 250 pagine d’archivio, notizie, interviste, video e curiosità della vita di Tognazzi. Le passioni, le donne, la famiglia e le ricette gastronomiche sono on-line all’indirizzo www.ugotognazzi.com grazie all’iniziativa e alla dedizione del figlio Gian Marco. E poi il teatro, suo primo amore: esordisce al Dopolavoro Ferroviario di Cremona nel ’39. Dopo arriva il cinema, i film con Gassman, Sordi, Mastroianni e la televisione con Raimondo Vianello.
Impossibile dimenticare gli sketch di “Amici miei”, pellicola del ‘75 del maestro Mario Monicelli, che ha consacrato il linguaggio nonsense con la mitica “supercazzola”. Gli artefici della pagina web hanno intenzione di puntare proprio sul suo cavallo di battaglia: verrà presto istituito infatti il “club della supercazzola”, per interagire con il pubblico attraverso la pubblicazione di video o scritte che emulano il mitico personaggio di Tognazzi. A chi andrà il premio di “supercazzolatore” dell’anno, spetterà a una giuria di esperti deciderlo.
I grandi amori di quell’Ugo nazionalpopolare si ritrovano tutti nell’area audio: ci sono le sue canzoni, ironico racconto di un’ Italia in corsa, semplice e un po’ fannullona, ma soprattutto goliardica. E lui, il re della satira, nel ’78 si fece fotografare ammanettato, simulando l’arresto del capo delle Brigate Rosse: la rivista “Il male” pubblicò tanto numerose –quanto false- prime pagine dei principali quotidiani nazionali. E giustificandosi per lo scherzo mediatico, Ugo Tognazzi aprì così l’era del «diritto della “ca…ata”».