A Venezia rivive la Dolce Vita
La Roma rinata del dopoguerra veniva «pacificamente occupata» dalle troupe cinematografiche statunitensi, nella capitale sbarcavano attori, registi, sceneggiatori. Di giorno si lavorava sui set, di notte impazzavano le feste, gli amori, i litigi. Esotismi e stravaganze di star s’infrangevano sulla barriera dell’immarcescibile ironia capitolina. La capitale macinava tutto, metabolizzava, e poi restituiva divi addomesticati dal fascino della pastasciutta, stelle rapite dai latin lover nostrani, intellettuali pensosi piegati dal fattivo ottimismo.L’obiettivo di Marco Spagnoli, 39 anni, giornalista e critico cinematografico, autore del documentario «Hollywood sul Tevere», in programma alla Mostra di Venezia nella sezione «Controcampo italiano», è realizzare «un viaggio visivo postmoderno all’interno di due decadi che hanno cambiato per sempre la storia del cinema italiano e internazionale».
Sei mesi di lavoro nel ricchissimo archivio digitalizzato di Cinecittà Luce, un’immersione totale in un mare di Cinegiornali, fotografie, filmati, immagini tutte originali, non sfruttate, centrate sul tema dello scambio fra culture. Oggi le star che arrivano nella capitale vivono inscatolate dentro i severissimi «schedule» degli uffici stampa, interviste come alla catena di montaggio, spostamenti blindati, nessuna possibilità di stabilire contatti con la vita vera della città. Ieri era diverso. Succedevano cose straordinarie: «Brigitte Bardot se ne andava a visitare Cerveteri, Audrey Hepburn veniva accompagnata all’aeroporto a bordo di una navetta carica di gente, Kim Novak andava a trovare Anna Magnani sul set...».
La contaminazione produceva idee, rapporti, progetti. Ma non solo: «Succedeva che Alberto Moravia andasse alla prima della Bardot e che Giorgio De Chirico venisse invitato alla proiezione di Storia di una monaca».
La voce di Daniela Cavallini e le musiche di Pivio e Aldo De Scanzi accompagnano le sequenze del film, dall’inizio, con Cinecittà che mostra i muri crivellati dai colpi, alla fine, con le star che fanno dietrofront e lasciano la capitale sulle note di «Arrivederci Roma». In mezzo si vedono i set di Vacanze romane, Ben Hur, Cleopatra, si ascoltano interviste inedite come quella in cui Ingrid Bergman descrive l’impatto con Rossellini e il neorealismo: «Per me era terribilmente difficile recitare in quel modo dopo essere stata dieci anni a Hollywood... Ero molto viziata, in Italia dovevo arrangiarmi da sola».
La mania dei «peplum» è descritta con il giusto distacco ironico, gli americani, si dice, sono venuti a «massacrare la storia dell’Antica Roma». Ma l’operazione funziona, i romani sanno accogliere le star nel modo più accattivante, Charlie Chaplin si dichiara «toccato dalla meravigliosa ospitalità», Esther Williams balbetta faticosamente qualche parola in italiano, Sean Connery risponde imperturbabile alle domande sul successo con le donne: «Ci vuole tatto, molto tatto». Con Cleopatra, film da venti miliardi di lire, inizia il declino dello studio system e la tv inizia a stringere il cinema nel suo abbraccio mortale: «Negli studios il baricentro degli affari si sposta sulla televisione, Cinecittà è progressivamente abbandonata, viene a mancare l’impulso industriale e le sale entrano in crisi». A parte Federico Fellini che continua, finché può, a creare nel leggendario teatro 5, gli autori del nostro cinema smettono di lavorare negli stabilimenti della Tuscolana, diventati nel frattempo troppo dispendiosi: «Così si entra nell’era del cinema due camere e cucina». Dopo l’anteprima veneziana, «Hollywood sul Tevere» andrà in onda su Studio Universal (che l’ha coprodotto) e poi inizierà la sua vita in dvd, con la possibilità, non troppo remota, che Spagnoli si metta all’opera per realizzare un sequel.
FULVIA CAPRARA
(www.lastampa.it, 23/08/09)
La mania dei «peplum» è descritta con il giusto distacco ironico, gli americani, si dice, sono venuti a «massacrare la storia dell’Antica Roma». Ma l’operazione funziona, i romani sanno accogliere le star nel modo più accattivante, Charlie Chaplin si dichiara «toccato dalla meravigliosa ospitalità», Esther Williams balbetta faticosamente qualche parola in italiano, Sean Connery risponde imperturbabile alle domande sul successo con le donne: «Ci vuole tatto, molto tatto». Con Cleopatra, film da venti miliardi di lire, inizia il declino dello studio system e la tv inizia a stringere il cinema nel suo abbraccio mortale: «Negli studios il baricentro degli affari si sposta sulla televisione, Cinecittà è progressivamente abbandonata, viene a mancare l’impulso industriale e le sale entrano in crisi». A parte Federico Fellini che continua, finché può, a creare nel leggendario teatro 5, gli autori del nostro cinema smettono di lavorare negli stabilimenti della Tuscolana, diventati nel frattempo troppo dispendiosi: «Così si entra nell’era del cinema due camere e cucina». Dopo l’anteprima veneziana, «Hollywood sul Tevere» andrà in onda su Studio Universal (che l’ha coprodotto) e poi inizierà la sua vita in dvd, con la possibilità, non troppo remota, che Spagnoli si metta all’opera per realizzare un sequel.FULVIA CAPRARA
(www.lastampa.it, 23/08/09)
postato da: corsaroazzurro alle ore 13:28 | Link | commenti
categoria:italia, cinema, venezia, gregory peck, anna magnani
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