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domenica, 20 dicembre 2009
ALLESTIMENTO Grande impianto scenografico con oltre 230 costumi per la Roma dell’epoca
di Ferruccio Gattuso
Tra le vie di una Roma popolare e genuina, alla ricerca dell'amore, confidando nell'amicizia che solleva dalle difficoltà della vita quotidiana. Forse una storia semplice, eppure una storia vera. A tal punto che da sempre conquista il pubblico. Lo fece ai tempi dell'originale di Dino Risi, quando Poveri ma belli, nel 1956, raccolse i sopraccigli alzati della critica e, di contro, gli applausi convinti della gente. Il neorealismo si trasformava nella commedia all'italiana, e nasceva un genere che, ancora oggi, ha il suo posto d'onore nella storia del cinema italiano. Il classico di Risi, nella sua versione teatrale firmata da Massimo Ranieri e musicata da Gianni Togni, torna sul palcoscenico dopo il successo della passata stagione: in cartellone al Teatro degli Arcimboldi dal 30 dicembre al 3 gennaio e dal 14 al 17 gennaio (ore 21, info: 02-641142212, www.teatroarcimboldi.it), il musical Poveri ma belli è la continuazione di un rapporto creativo tra Ranieri e Togni, che anni fa produsse un altro successo teatrale musicale, Hollywood Ritratto di un divo. «Ormai facciamo squadra in modo naturale - spiega Gianni Togni, cantautore da qualche tempo votatosi alla scrittura di musical, con solidi consensi anche all'estero -. È stato Massimo a contattarmi per dare forma musicale a questa bellissima storia, che recupera personaggi e situazioni del film ma che li trascina in un altrove generico. La Roma del lungometraggio di Risi era come un acquerello, quella del musical potrebbe essere qualsiasi città; in scena è rappresentata da un intreccio urbano di strutture in ferro. Io poi mi sento un predestinato: sono nato proprio nel 1956, nell'anno di uscita del film, che tra l'altro per molte scene fu girato sotto casa mia. Non potevo proprio dire di no». La storia è quella dei due aitanti, simpatici e un po' gradassi plebei Romolo (qui interpretato da Michele Carfora) e Salvatore (Antonello Angiolillo). Amici per la pelle, si sfidano per conquistare il cuore della bella Giovanna (Emy Bergamo), troppo sofisticata per loro, mentre le rispettive giovani sorelle spasimano l'una per il fratello dell'altra. Ovviamente, per tutti, in fondo a questa sfida ci sarà un'utile lezione di vita. Il musical, scritto da Massimo Ranieri con Massimiliano Bruno ed Edoardo Falcone, si affida a un grande allestimento scenografico (oltre 230 i costumi) e a un rapporto strettissimo tra caratterizzazione dei personaggi e musica. «Ho pensato di avvicinare uno stile musicale a ogni personaggio - spiega Gianni Togni, che per quest'opera ha composto 34 motivi musicali, di cui 24 canzoni -. I ragazzi sono jazz, le ragazze sono pop e rock, ci sono balletti che rimandano agli anni Cinquanta, c’è cha-cha-cha, mambo e anche commenti sinfonici, soprattutto nei cambi di scena. Abbiamo registrato le musiche a Praga, con un'orchestra di 80 elementi». Per Togni - che nel 2010 festeggia i trent'anni del suo più celebre successo discografico, Luna, e per questo ripubblicherà tutto il suo catalogo per Universal - il musical è una cosa decisamente seria: in Svezia il suo Garbo The Musical (dedicato alla vita della divina Greta) ha raccolto uno straordinario consenso. «Lassù mi sono fatto un nome in questo genere - conclude Togni -. Quell'opera la realizzai per il Teatro Stabile di Stoccolma. Ora sto scrivendo un'opera rock che parlerà della sete di fama e dei rischi del successo».
(www.ilgiornale.it, 20/12/09)
sabato, 19 dicembre 2009
Celebre per il genio delle sue sceneggiature ("I soliti ignoti", "La grande guerra", "L'armata Brancaleone", "Il postino"), compie 90 anni uno dei padri più illustri della commedia all'italiana. Per festeggiarlo, al teatro Bellini si inaugura la mostra "Le passioni di Furio", a cura di Silvia De Palma, Aurelio Gatti e Donatella Trotta. Fino al 19 gennaio si potranno ammirare i numerosi e colorati bozzetti realizzati dall'artista. Un autentico archivio artigianale per un viaggio all’interno di una creatività poliedrica.
di Alessandro Vaccaro
Furio Scarpelli e i suoi bozzetti
Chi non ricorda lo strampalato piano ideato dai “Soliti ignoti” per rapinare il Monte di Pietà? O i soldati fifoni Busacca e Jacovacci che combattono “La grande guerra”? E ancora, “L’armata Brancaleone” con le sue geniali e divertenti invenzioni lessicali o la grande amicizia tra Pablo Neruda e “Il postino” Massimo Troisi? Sono solo alcuni capolavori del nostro cinema firmati dal giornalista e sceneggiatore romano Furio Scarpelli, uno dei padri della commedia all’italiana, che proprio oggi spegne 90 candeline e festeggia al teatro Bellini l’inaugurazione della mostra “Le passioni di Furio”, a cura di Silvia De Palma, Aurelio Gatti e Donatella Trotta. Le architetture a volta del foyer ospiteranno fino al 19 gennaio i numerosi e colorati bozzetti realizzati dall’artista. Un autentico archivio artigianale per un viaggio all’interno della creatività poliedrica di Scarpelli.
Non tutti sanno, infatti, che prima di approdare alla sceneggiatura cinematografica ha lavorato come disegnatore per alcune riviste di satira. Da ragazzo assorbe la stessa ironia dal padre, il napoletano Filiberto, che è stato a sua volta illustratore, giornalista e fondatore nel 1900 del settimanale “Il travaso delle idee”. Proprio con questo periodico, che per quasi settant’anni è stato una fucina di talenti dell’umorismo e della vignettistica, Furio muove i primi passi nel mondo del lavoro prima della Seconda guerra mondiale, coltivando una profonda passione per l’arte del raccontare attraverso le immagini e le parole. La sua creatività e il suo ingegno saranno messi al servizio della settima arte durante gli anni Quaranta, quando firma alcuni dei primi successi di Totò e dà vita, con lo scomparso Agenore Incrocci, al fortunato sodalizio artistico Age & Scarpelli. Insieme scriveranno per tre decenni alcuni capitoli importanti del cinema tricolore: da “I soliti ignoti” di Monicelli a “I mostri” di Risi, da “Signore & signori” di Germi a “C’eravamo tanto amati” di Scola, il duo ritrae per il grande schermo un campionario di personaggi alle prese con l’Italia del boom economico e degli anni di piombo, della ricostruzione e della disfatta, delle battaglie e dell’emancipazione femminile e meridionale. Tutto è raccontato attraverso una formula che sa coniugare la sensibilità dell’impegno e della denuncia civile alle modalità dell’intrattenimento leggero e per tutti.
Il 1980, anno d’uscita del film “La terrazza” di Scola, segna la fine della squadra formata con Age. Scarpelli prosegue autonomamente la propria attività, lavorando soprattutto con giovani registi come Enzo D’Alò, Francesca Archibugi e Paolo Virzì e collaborando spesso con il figlio Giacomo alla sceneggiatura dei film. Proprio per D’Alò il maestro ha firmato nel 2003 lo script del cartoon “Opopomoz”, ambientato a Napoli durante il periodo natalizio, che sarà proiettato al teatro Bellini domenica prossima alle 11.30. Un piccolo gioiello dell’animazione che conferma ancora una volta quanto sia profonda e leggera l’arte di Furio Scarpelli.
Info
www.teatrobellini.it
www.venitepastores.net
(napoli.repubblica.it, 19/12/09)
giovedì, 17 dicembre 2009
Presentato a Milano il mediometraggio oltre la crisi di Giovanni Calamari
Il maestro Vittorio De Sica con Cesare Zavattini teorizzando il fine ultimo del neorealismo, sostenevano che solo seguendo la giornata di un uomo qualunque ci si avvicina terribilmente alla vera natura del più importante movimento cinematografico italiano.
Partendo da questo assioma il regista Giovanni Calamari ci propone il suo "Debito d'ossigeno " la storia di persone comuni , seguite per 4 mesi di vita in corrispondenza della perdita del loro impiego. Un progetto coraggioso , che va in controtendenza con i prodotti cinematografici preconfezionati pensati e ralizzati con il solo fine di compiacere un pubblico pagante, a discapito del contenuto.
L'idea di conquistare la fiducia dei suoi attori 'presi dalla strada' e convincerli a mettere in scena il loro dramma , senza nessuna deriva pietista o alcun sentimento di compassione trasforma il regista in un nuovo autore a tutto tondo in grado di raccontare la vita senza alcun ricatto morale . Qui non si parla di crisi , si cerca di andare oltre alla crisi e ci si va. I protagonisti si raccontano e raccontano la loro storia senza esserne schiavi. Tutti hanno superato il loro dramma e sono in grado di riflettere e aiutarci a riflettere.
Ci troviamo davanti ad un ottimo lavoro che ispirandosi al passato ci regala un occhio sul futuro del documentario, essere in grado di proporre ciò che a volte pare scomodo in formati poco vendibili è sempre stata la prerogativa della nascita dei nuovi movimenti. Penso al cinema espressionista tedesco o allo stesso neorelismo osteggiato dai più ,durante i primi vagiti.
"Ho cominciato a lavorare al progetto nel 2007, quando già si parlava di nuove povertà anche con la crisi economica mondiale lontana. Nel 2008 ho iscritto il progetto al Bando Cinema della Provincia di Milano ottenendo il finanziamento per poter realizzare il documentario. La produzione e' durata due mesi, abbiamo lavorato con una troupe ridotta al minimo (la stessa che aveva lavorato sul mio lavoro precedente 'Martha, memorie di una strega'). Il mio metodo di lavoro consiste nell’immergersi nella realtà da filmare fino a diventare 'invisibile' e ottenere una totale spontaneità dai personaggi filmati." Ha dichiarato il regista , presentando il suo lavoro.
Siamo davanti ad un professionista che è in grado di formare la sua capacità di raccontare le storie partendo dagli autobus.
"Elevare il lavoro ad un valore , sarebbe come elevare il pane ad un valore"
Fëdor Michajlovie' Dostoevskij.
Paolo Quaglia
(www.voceditalia.it, 17/12/09)
giovedì, 17 dicembre 2009
NOLA - La presentazione del libro: "Totò. L'uomo, il filosofo, l'artista" di Luigi Simonetti ha visto intervenire Ilda Di Maio De Stefano (Pres. F.I.D.A.P.A.), Filomena Romano Rainone (F.I.D.A.P.A.), Geremia Biancardi (Sindaco Comune di Nola), Luigi Simonetti (autore), Francesco Spera (attore) che ha letto brani del libro e ha declamato alcune poesie di Totò . L’autore è nato a Palma Campania nel 1942, già docente ordinario di Storia, Filosofia e Scienze dell'educazione presso il Liceo Classico Statale "G. Carducci" di Nola. Ha fatto parte, quale membro effettivo, dei gruppi disciplinari della "Commissione Brocca" (indirizzo classico, linguistico e socio-psico-pedagogico), per la riforma della scuola secondaria di 2° grado. E' pubblicista e direttore responsabile di riviste culturali. Ha dato alle stampe, tra gli altri, “Storia delle dottrine politiche”, A.I.EE., Roma 1978, “La crisi del sapere e i fondamenti della filosofia contemporanea”, 2 volumi, Edizioni Scala, Nola 1984-86, “L'universo cosmico bruniano alla luce della filosofia contemporanea”, Nola 1985, “Coscienza politica e senso del diritto nell’universo etico di Marco Tullio Cicerone”, Nola 1998.
La lettura del libro di Simonetti si può affrontare da varie angolazioni ma l’autore pone sempre al centro della sua attenzione la sensibilità e l’umanità di Totò, allo stesso momento attore e poeta. Secondo Simonetti il Principe è una luce che si accende su Napoli e sul mondo, un faro che illumina gli uomini, una maschera umana che nobilita tutto quello che fa, dal cinema alla rivista.
Come i grandi del nostro teatro, da Eduardo a Nino Taranto, da Anna Magnani ad Aldo Fabrizi, ci ha lasciato una galleria di personaggi, ci ha trasmesso col volto, con le battute, con un sorriso il desiderio di dare valore ai rapporti umani. Totò, grande maschera nel solco della tradizione della Commedia dell'Arte, accostato di volta in volta a comici come Buster Keaton o Charlie Chaplin, conservò fino alla fine una sua unicità interpretativa che risaltava sia in copioni puramente brillanti, sia in parti drammatiche, interpretate alla fine della carriera, con maestri del calibro di Alberto Lattuada o Pier Paolo Pasolini.
A distanza di decenni i suoi film riscuotono ancora grande successo, e molte delle sue memorabili battute e gag-tormentoni sono spesso diventate anche perifrasi entrate nel linguaggio comune.
(www.ilnolano.it, 16/12/09)
giovedì, 17 dicembre 2009
Scatti d'oro con Mouglalis e Giabiconi
Un calendario diverso dai soliti, tutti bellezze spogliate e sexy star, dedicato al Made in Italy e ai momenti d’oro del grande cinema italiano degli anni '40, '50 e '60 e alle sue icone. Lo firma il poliedrico stilista Karl Lagerfeld per Marie Claire e lo interpretano l'attrice più charmant del cinema europeo, Anna Mouglalis e il modello più amato dalla moda Baptiste Giabiconi.
Dopo aver immortalato la sensualità accattivante di Eva Herzigova per il calendario Marie Claire Italia 2009, Lagerfeld punta questa volta quindi sulla "Golden Age" del cinema e sulle grandi icone del grande schermo di quegli anni, come Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman.
"Golden Age" fatta rivivere attraverso 24 scatti in bianco e nero con abiti di alta moda, collezioni cruise e capi vintage come la pelliccia di Fendi indossata da Silvana Mangano in "Gruppo di famiglia in un interno" di Luchino Visconti e disegnata dallo stesso Lagerfeld.
Dice Mouglalis parlando del progetto: "Ho sempre amato l'intensità di Anna Magnani, Sofia Loren, il trasformismo di Monica Vitti. Per me, i film di De Sica, Visconti o Rossellini sono state grandi lezioni per la mia carriera. Non sono una fashion addict anche se apprezzo la bellezza e la qualità. Diciamo che il legame con Marie Claire Italia e Karl Lagerfeld è di natura più emotiva e di rispetto che non solamente estetica. Credo nella condivisione dei valori, anche quando si parla di moda".
Baptiste Giabiconi è una creatura di Lagerfeld: "E' stato il primo a scoprirmi e a capire che potevo fare strada nella moda e nel cinema". 31 anni, francese di origini greche, l'attrice Anna Mouglalis mostra di avere idee molto chiare su argomenti "privati" e "pubblici" e nell'intervista esclusiva al magazine dice a proposito di "Les Filles", il suo primo film (a sfondo erotico) da regista: "Per rappresentare il sesso la parola più adatta è voluttà: godere di momenti e di cose belle. La pornografia è maschilista e banale". Non lesina giudizi neanche sul neorealismo italiano: "Sa cosa si dice? Il neorealismo è finito quando i registi hanno smesso di prendere il tram e sono saliti sulle macchine con l'autista".
E infine si lascia andare a una dichiarazione forte: "Si tende a considerare gli artisti meno importanti dei politici, quando è vero esattamente il contrario. E' più importante e incisivo il messaggio sociale lanciato da un film o da un libro piuttosto che qualsiasi dichiarazione di uno statista".
(www.tgcom.mediaset.it, 16/12/09)
mercoledì, 16 dicembre 2009
Appuntamento da non perdere per tutti gli appassionati di cinema: il grande film di Vittorio De Sica, “Ladri di Biciclette”, completamente restaurato grazie al sostegno del Casinò di Venezia sarà proiettato mercoledì 16 dicembre alle 21,30 nel quadro della rassegna “Prossimo Scenico” organizzata dal Comune di Lucca – assessorati alla cultura, pubblica, istruzione e turismo – in collaborazione con la Nazionale Italiana Cantanti.
A presentare il capolavoro del Neorealismo italiano sarà il figlio del grande regista Manuel De Sica, unitamente al professor Gualtiero De Santi, che per l’occasione, alle 18,30 presenterà sempre al Centrale l’omonimo libro.
Per l’occasione, all’interno del Centrale, saranno esposti manifesti, locandine, foto e materiali originali relativi ai film del grande regista, gentilmente concessi dall’appassionato lucchese Alessandro Orsucci.
La manifestazione è ad ingresso libero.
L’iniziativa vuole avvicinare il pubblico al grande cinema d’autore e soprattutto far conoscere il neorealismo attraverso il suo più famoso film.
Ladri di biciclette è un film italiano del 1948 di Vittorio De Sica (regia, produzione e sceneggiatura), ritenuto tra le massime espressioni del neorealismo cinematografico italiano. Il film, girato con un'ampia partecipazione di attori non professionisti, è basato sul romanzo (1945) di Luigi Bartolini adattato al grande schermo da Cesare Zavattini.
Non mero sfondo, ma vera protagonista del film è la Roma del 1948, una città devastata dalla guerra che si sta avviando lentamente sulla strada della ricostruzione.
(www.loschermo.it, 14712/09)
lunedì, 14 dicembre 2009
Da www.youtube.com:
"Salute e lunga vita ad un magnifico attore italiano, che ha iniziato la sua carriera nel 1945 con Edoardo De Filippo, per poi lavorare con Totò, Sofia Loren, Peppino de Filippo, Nino Taranto, Anna Magnani, ed altri grandi del cinema. "
domenica, 13 dicembre 2009
Il capolavoro di Fellini, Palma d'oro a Cannes nel '60, compie mezzo secolo. Foto di un'Italia malata.
ROMA - Nel finale della «Dolce vita» un grosso pesce mostruoso sulla spiaggia di Fregene accoglie Mastroianni e gli altri reduci dall’orgia nella villa. Ai più sembrò un richiamo esplicito al grande affaire di quegli anni, l’oscura morte di Wilma Montesi ritrovata cadavere a Torvaianica. Federico Fellini addolcì quel finale con un ultimo esterno, sulla spiaggia di Passo Scuro, dove una ragazzina dall’aria pulita (Valeria Ciangottini) andava incontro all’attore.
«Il mio film mette il termometro a un mondo malato, che evidentemente ha la febbre - così si era difeso Fellini -. Ma se il mercurio segna 40 gradi all'inizio del film, ne segna 40 anche alla fine...».
Il 2010, l'anno che sta per venire, è l'anno della Dolce vita. A cinquant’anni di distanza la Dolce vita torna tra noi col suo carico di apparenze e cattiverie, sfrenatezze e miserie, nonché richiami al presente. Con una Roma che è ancora lì, con i suoi prati e i suoi miracoli, l'Eur, via Veneto, le acque Albule, Bassano Romano... Era il sei febbraio del 1960 e al cinema Capitol di Milano fu proiettato tra urla e insulti l'atteso film. Un milanese all'uscita sputò addirittura sul collo di Fellini. Insultato anche Mastroianni, il protagonista: «Frocio, comunista...». Ma al pomeriggio c'era già una gran folla in fila davanti al Capitol. A Cannes poi, cinque mesi dopo, la giuria presieduta da Georges Simenon gli tributò la Palma d'oro.
Era il trionfo per una pellicola nata quasi giorno per giorno nel 1959, in gran parte girata nel mitico «teatro 5» di Cinecittà dove furono ricostruiti, ricorda lo scenografo Piero Gherardi, un'ottantina di ambienti: «Abbiamo dovuto, in qualche caso, fare delle riproduzioni fotografiche, l’interno della cupola di San Pietro e soprattutto via Veneto. La casa della puttana? Federico la voleva allagata. Dopo aver compiuto un sacco di giri la ricostruimmo nella piscina di Cinecittà e allagammo l'interno...». Per l’ambientazione originale gli sceneggiatori e il regista avevano pensato all’inizio al Tiburtino III: i sopralluoghi erano stati accurati, proprio alla vigilia del primo ciak, il 16 marzo. Poi però Fellini si era rifugiato nei suoi amati studios. Per gli esterni di quella casa optò comunque per Tor de' Schiavi. E lo sbarco della troupe tra i borgatari fu epico. «A sacco de m...», fu apostrofato il regista. Per l'esile Anouk Aimée fioccarono «A canestro de ossa», «Ossario», «A Fellì, ma portela al Verano...».
Poi dopo molti metri di pellicola venne un secondo grande esterno, la fontana di Trevi. L'idea fu suggerita da un fotografo di scena, Praturlon. Durante una pausa aveva scarrozzato Anita Ekberg in un giro notturno concluso alla fontana di Trevi. Fellini vide gli scatti fotografici, l'attrice che si riposava con i piedi nell'acqua. E così il 10 aprile, con una temperatura di nove gradi, fu immortalata la celebre scena della fontana. Un altro esterno - il miracolo girato alle Acque Albume di Tivoli - fu ispirato da un altro fotografo, Tazio Secchiaroli. Il fotoreporter era stato a Terni dove dei ragazzini ogni giovedì vedevano la Madonna. Ne era nato un servizio per «Settimo giorno». Altra improvvisazione esterna, il «ballo dei nobili» girato nel palazzo Odescalchi a Bassano Romano. E poi, ecco, ancora Roma vista quasi a volo d'uccello come nella celebre scena iniziale con la statua del Cristo trasportata nel cielo dell’Eur.
Nella vicina Don Bosco furono girati gli esterni della casa dello scrittore Steiner, l'interno della casa ambientata all'Eur era stato ricostruito in studio con alla finestra il caratteristico Fungo del quartiere rifatto da Gherardi. La scena della «Toccata e fuga in re minore» è invece nata nella chiesa dei SS. Martiri Canadesi sulla Nomentana. Che film devo fare, aveva chiesto un anno prima Mastroianni a Fellini e Flaiano? Il regista ridendo gli aveva mostrato uno schizzo: tra vari polipi svettava un grosso fallo. La Roma di un grande romagnolo.
Paolo Brogi
13 dicembre
(roma.corriere.it, 13/12/09)
domenica, 13 dicembre 2009
Alcune indimenticabili foto per ricordare la straordinaria bellezza italiana di Silvana Mangano, della cui morte, avvenuta a Madrid, ricorre il ventesimo anniversario.
Alcune indimenticabili foto per ricordare la straordinaria bellezza italiana di Silvana Mangano, della cui morte, avvenuta a Madrid, ricorre il ventesimo anniversario.
Silvana Mangano è stata una attrice icona del cinema italiano, sex symbol del neorealismo, poi attrice sofisticata ed impegnata per Visconti e Pasolini ma anche protagonista con altri maestri del cinema italiano, da Alessandro Blasetti a Carlo Lizzani, da Alberto Lattuada a Vittorio De Sica, Luigi Comencini, Alberto Sordi.
Silvana Mangano morì a 59 anni, il 16 dicembre 1989, dopo essere stata sottoposta, alcuni giorni prima, ad intervento chirurgico per tentare di riparare idanni provocati da applicazioni di radioterapia fatte per curare un tumore.
Era nata a Roma il 21 aprile del 1930.
(www.blitzquotidiano.it, 12/12/09)
Silvana Mangano (Wikipedia)
sabato, 12 dicembre 2009
A poco piu' di trent'anni dalla morte, avvenuta a Roma il 10 aprile del 1979, la Fondazione Toscanini celebra Nino Rota. La Filarmonica propone per tre serate (domani a Parma, il 13 a Piacenza e il 15 a Lugo, nel Ravennate) un programma che spazia in tutto l'ampio catalogo del musicista. Conosciuto soprattutto per le musiche de La dolce vita e La strada, Le notti di Cabiria e Amarcord di Fellini, Rota scrisse dal '33 per numerosi registi tra i quali Visconti e Monicelli.
(www.ilsussidiario.net, 11/12/09)