Ricorre quest’anno il cinquantenario del trionfo de “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini agli Oscar. Insieme a “La strada”, “La dolce vita” e “8 ½“, di questo film superò gli incassi, si scrive la storia del cinema felliniano (e italiano) all’estero. Qualche nota sul film e sugli Oscar italiani nella storia, per ricordare l’evento.
di Sergio Lo Gatto
LOS ANGELES, 26 MARZO 1958. UNA NOTTE ITALIANA – Un anno memorabile, il penultimo dei gloriosi anni ’50. soprattutto se si sceglie come campo d’indagine la cerimonia degli Oscar® 1958, in cui l’Italia conquistò 5 nominations e una statuetta. Vittorio De Sica dà corpo e anima al Maggiore Alessandro Rinaldi nell’ “Addio alle armi” di John Huston e Charles Vidor e viene nominato all’ Oscar® per il miglior attore non protagonista. È invece per l’interpretazione del ruolo principale (Gioia) in “Selvaggio è il vento” di George Cukor che Anna Magnani viene candidata all’ambita statuetta. Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Federico Fellini (anche regista) scrivono “I vitelloni”, soggetto e sceneggiatura originali che meritano la nomination, ma il premio azzurro è per il Miglior Film Straniero, un altro gioiello della filmografia felliniana, “Le notti di Cabiria”, che resterà storico.
Qui tutti le nominations gli Oscar® vinti dagli italiani in 60 anni di premiazioni.
DALLA “STRADA” ALLA STRADA – “Che forza in quest’uomo, che dominio bonario della scena, che padronanza sicura e quale invenzione divertita!”, così scriveva di Fellini e del suo film François Truffaut ne “I film della mia vita” (1975).
Cabiria (Giulietta Masina), nome di origine romana già reso celebre dall’omonimo film muto, è una giovane donna povera che, per sopravvivere, è costretta a prostituirsi. Tuttavia, non sembra incarnare neppure alla lontana l’archetipo della “donna di strada”. O forse sì, ma a patto che quella “Strada” abbia la S maiuscola. Questo gioco di parole serve ad evidenziare quanti e quali collegamenti stilistici e narrativi esistano tra il personaggio di Cabiria e quello di Gelsomina, che la stessa attrice interpretava in un altro celeberrimo film di Fellini, “La strada”. Lì l’azione era incentrata su due protagonisti, il malinconico maschio Zampanò e la femmina candida e indifesa Gelsomina. In occasione del proprio definitivo distacco dal Neorealismo, Fellini aveva organizzato un completo reinserimento nel cinema di una realtà del tutto traslata, simbolica.
Se ne “La strada” Zampanò e Gelsomina rappresentavano due proverbiali “sassi con una funzione” (citando proprio il Matto del film), la loro casa viaggiante era un Carro di Tespi che ricordava gli attori de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman, quando scendono “Le notti di Cabiria” il compito di disegnare da zero una nuova realtà, forse ancora più simbolica, di certo più radicalmente felliniana, spetta a un solo personaggio chiave, la protagonista, una Giulietta Masina stavolta in panni dichiaratamente chapliniani.
LA POESIA DELLA NOTTE – Perché le “notti”? Perché è di notte che lavorano le prostitute, certo, ma anche perché è nell’oscurità dell’animo che un personaggio candido come quello di Cabiria, che fa di tutto per sembrare ciò che non è, si rivela, riceve le conseguenze di quella stessa rivelazione, ma finisce, tutto sommato, per avere la meglio sulle ingiustizie di un mondo cattivo. Un mondo pieno di orchi e draghi, dal mito del cinema Antonio Lazzari (Amedeo Nazzari), che si prende gioco di Cabiria promettendole una rosea vita nel suo “castello”, all’ipnotizzatore (Aldo Silvani), che la sbeffeggia in pubblico, fino al perfido Oscar (François Périer), che le promette una vita che non ha modo di esistere. Cabiria, completamente invaghita, e la sua disperazione, si gettano in un atto estremo, quello di vendere anche la baracca abusiva costruita con tanto sforzo, per poi non ricevere nulla in cambio. Oscar, irritato dalla povertà di questa donna piccola piccola, sarà sul punto di ucciderla, per vendicare un torto che, di nuovo, è solo morale, inferto a una moralità che non può esistere che in un “underworld” come quelli felliniani.
RIVALSA O ULTIMO VIAGGIO? – Ma il candore disarmante di Cabiria vince anche su uno spirito malvagio come quello di Oscar e la nostra eroina, malgrado tutto, si salva. Non è tuttavia semplice riprendersi da un così massiccio carico di delusioni. Eppure, come spesso accade, Fellini ci regala un finale dolce, indulgente. Come se, dopo tanto patire, esistesse una speranza di rivalsa. È di nuovo quella “poesia della notte”, quell’aura incantatrice che coinvolge tutti gli animali di questo circo, a creare il quale, ricordiamoci, contribuisce, oltre al grande Ennio Flaiano, anche uno sceneggiatore d’eccezione, Pier Paolo Pasolini, che di reietti speranzosi ne sa qualcosa.
L’epilogo è sempre la chiave dei film di Fellini, così volatili eppure così affilati, chiari, costanti nel loro contrapporsi alla realtà tout court. L’ultima delusione spinge Cabiria quasi a smettere del tutto i panni da piccola clown, quasi alla conquista del vero gesto supremo. È proprio su una sorta di (ancora notturno) “viale del tramonto” che Cabiria si imbatte in una comitiva di giovani che cantano, ballano e suonano in compagnia, mentre la campagna si avvia ad essere lo scenario finale.
Solo così Cabiria capisce di non essere più sola, solo così può salvarsi. E forse solo così può salvarsi buona parte del cinema italiano, rendendosi conto che quasi sempre la via salvifica non è neppure quella mediana, ma quella che, tra il sorriso di Masina ingenua, il suo pianto dolce e sommesso, la crudeltà di una realtà mai mascherata del tutto e la luce di quel futuro di vita nuova, c’è una quinta punta che riassume le altre completando la stella: quella di un’equilibrata consapevolezza.
Che poi quella via conduca davvero a una luce di speranza o che insegni semplicemente un metodo vincente per giocare con le ombre (come per Cabiria, che ha imparato a tramutarle in un mondo fantastico) è un’opinione che resta stretta al petto dello spettatore. Di certo si rimane preda delle note musicali, di certo una mano ti stringe la destra e una la sinistra, mentre il circolo/circo felliniano riprende a girare, per non smettere mai, in uno dei film che senz’altro hanno costruito un’epoca, del nostro come del cinema di tutto il mondo.
(www.fondazioneitaliani.it, 27 marzo 2007)